La mia vita (musicale)
Scritto il 22 Aprile 2008 alle 10:50 pm

Beh, questo non è certo un curriculum… quello lo trovate in un altro file di questo sito, direttamente scaricabile.
Le mie intenzioni qua sono di parlarvi un po’ del mio rapporto con la musica.
Il primo incontro in assoluto fu all’asilo, durante l’ora di disegno. Consegnavo regolarmente il foglio con sopra degli scarabocchi ed alla domanda: “Che cos’è?”, rispondevo prontamente: “Fantasmi.” Poi un giorno una maestra di nome Palmira ebbe un illuminazione e mi chiese: “Ma a te che cosa piacerebbe fare?” La mia risposta fu certa: “Io voglio cantare!” Così durante l’ora di disegno il nuovo assetto prevedeva una classe di studenti seduti nei loro banchi a creare con le matite ed io di fronte a loro ed a fianco della cattedra che cantavo…


Iniziai a suonare a 10 anni , per caso, o meglio perché un mio compagno di giochi mi stressava sul fatto che lui sapeva suonare ed io no…così sono arrivato a casa ed ho detto ai miei che volevo suonare il pianoforte! Al momento mi recuperarono una tastiera della zia, del piano neanche l’ombra…”Se continuerai ne parleremo”, fu la risposta.
Insomma mi sono trovato per la prima volta di fronte a dei tasti bianchi e neri in quella circostanza lì.
Verso i quindici anni composi il mio primo pezzo, sull’onda del fatto che oltre a suonare avevo anche iniziato a dedicarmi all’ascolto sia di gruppi rock che di compositori di musica classica. Insomma emulare era diventata una necessità!
Da lì a poco mi trovai il mio primo gruppo: dovevo suonare le parti di basso con la tastiera in un gruppo thrash metal… insomma il massimo della vita. Era il 1990.
Pensai dunque che potevo meritare qualcosina di più e diedi vita con alcuni compagni di scuola al mio primo vero gruppo: gli Overflow. Il repertorio constava di “ben” quattro pezzi, di cui uno mio. Uno sballo…
Dopo una lunga tournée di tre concerti eravamo già al capolinea. Decisi così di proseguire solo studiando, anche perché nel frattempo a livello di ascolti mi ero affacciato su un mondo nuovo: il batterista degli Overflow mi aveva prestato una cassetta su cui c’erano Fugazi e Misplaced Childhood dei Marillion. Fu un’illuminazione, decisi che i miei studi classici sarebbero serviti per portarmi a suonare così. Inoltre incontrai nella mia prima vacanza studio in Inghilterra il mio animatore (grazie Guglielmo!) che mi aprì gli occhi sul meraviglioso mondo del rock sperimentale da cui i Marillion avevano tratto linfa vitale: Genesis, King Crimson, VDGG, Gentle Giant, l’affascinante scuola canterburiana…e molti, molti altri.
Completamente assorbito da questi ascolti e dallo studio del pianoforte, passarono altri quattro anni, in cui avevo passato in rassegna da una parte il meglio del progressive nazionale e internazionale, dall’altra avevo approfondito lo studio della teoria, dell’armonia e della storia della musica colta. Oltrechè naturalmente quello delle forme.
Così quando nel ’95 ricevetti da un chitarrista della scuola la proposta di mettere su una band per fare qualcosa di speciale fui immediatamente pronto. Ad aprile ’95 i Contrappunto entrarono in sala prove per la prima volta.
Da lì a breve la line-up cambiò, ma quello che era importante era andare avanti, mettere su repertorio e dare forma al progetto sempre più. Dopo l’inevitabile gavetta (live e demotapes) a settembre 1998 usciva “Subsidea”, il primo album dei Contrappunto, per l’etichetta brasiliana PRW. I brani, a livello musicale, portavano pressochè interamente la mia firma.
Ciò che seguì l’uscita del disco non fu di sicuro quanto avevo sperato, la band cominciò a vacillare e non c’erano più i presupposti per credere in quel gruppo. Ma io volevo continuare, anche perché nel frattempo un altro bel po’ di materiale era pronto, così come la PRW che si diceva disponibile a pubblicare il sequel di Subsidea. Ecco che quindi io ed il chitarrista arruolammo dei musicisti per dare una forma al materiale su cui ci interessava focalizzarci. Il risultato è “Lilith”, uscito nel luglio 2001, ancora per la PRW.
A questo punto però tutto era cambiato: io avevo terminato gli studi classici, il gruppo non esisteva più ed anche il sacro fuoco del progressive si stava in me affievolendo. A dirla tutta anche il concetto di band non mi sembrava più così attraente…
Decisi allora di approfondire alcuni aspetti compositivi con Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso, che, pur appartenendo di diritto all’olimpo del progressive nostrano, è musicista di notevole cultura ed apertura mentale. Un altro aspetto che mi interessava molto era quello del recital pianistico, ma non con le modalità tipiche del concertista classico che propone un programma, bensì inteso come momento di libertà del musicista che fonde tutto il proprio background in improvvisazioni senza nulla di prefissato. Fu così che registrai alcuni concerti in piano solo dove mi producevo in questo tipo di esperimenti. Fu molto gratificante, specie nel riascoltare cosa avevo “prodotto”, senza la minima idea di ciò che avevo suonato!
Ritornai poi alla composizione, ma questa volta decisi di farlo con un approccio più cameristico: tra il 2002 e il 2003 composi così la musica per “Elegie d’inverno”, che uscì per l’italiana Mellow records nel novembre 2004. Un ensemble di flauto, clarinetto, tromba, corno francese e bandoneon si miscela con il mio pianoforte e le mie tastiere, oltrechè con percussioni varie suonate dal sottoscritto, dando vita ad un disco che al di là delle valutazioni personali fu giustamente definito per gli accostamenti tra acustica ed elettronica e per l’originalità della proposta come un lavoro “dall’incredibile coraggio artistico” (E. Candrini, Paperlate n°41).
Il progetto fu, per sua stessa natura e per oggettive scomodità logistiche (ensamble troppo ampio ed impossibilità di “vincolare” musicisti in assenza di grosse somme di denaro), destinato ad essere autoconclusivo. Fino alla prossima volta…
Continuai così con i recital di piano solo, ma si affacciò anche un nuovo “tarlo”: ad aprire una nuova porta fu l’ascolto ripetuto di due dischi di due grandi pianisti jazz. Si trattava da una parte di “Waltz for debby” di Bill Evans e dall’altra di “The scene changes” di Bud Powell. A differenza di altri generi musicali che mi era capitato di passare in rassegna, su questi due album non riuscivo a suonare. Si prospettò dunque per la prima volta un linguaggio musicale in cui la preparazione classica non era sufficiente per “decifrare” quello che stava succedendo, decisi dunque che volevo approfondire questi aspetti. Era il 2003.
Così passai i successivi quattro anni a studiare jazz, sia con insegnanti ad hoc che attraverso ascolti ed approfondimenti sul tema… beh oggi posso dire che si trattava veramente di un altro mondo!
Questo periodo di formazione mi ha talmente influenzato che ad oggi si tratta del genere con cui preferisco esibirmi. Dà una libertà, unita ad una “densità” musicale, che prima d’ora non avevo conosciuto.
Contemporaneamente però è arrivata anche una grande opportunità: quella di pubblicare finalmente un disco di piano solo che racchiuda alcune tra quelle lunghe improvvisazioni che ho registrato. Il disco si intitolerà “Racconti piano e forte”, sarà pubblicato da un etichetta californiana, la Eroica Classical Recordings, e la data di uscita ufficiale è prevista per settembre 2008.
Ecco, siamo arrivati. Vi saluto e vi ringrazio per l’attenzione. Queste note che avete letto sono state scritte oggi, 22 aprile 2008.
Andrea Cavallo